VENEZUELA: LA GUERRA CHE TRUMP NON VUOLE (MA PREPARA)

3 novembre 2025

Gli Stati Uniti intensificano la presenza di navi da guerra al largo delle coste venezuelane, ma nel mirino di Washington ci sarebbe soprattutto un obiettivo politico: il presidente e uomo forte del paese, Nicolás Maduro.

Donald Trump minimizza le possibilità di una guerra imminente tra Stati Uniti e Venezuela, ma ribadisce che i giorni del suo leader, Nicolás Maduro, sono contati. L’inquilino della Casa Bianca è intervenuto sull’argomento durante un’intervista alla trasmissione ’60 minutes’ sull’emittente CBS, mentre gli Stati Uniti – ormai da diversi giorni – stanno ammassando unità militari nel mar dei Caraibi, al largo delle coste del paese sudamericano e dopo aver condotto numerosi attacchi contro presunte navi di narcotrafficanti uccidendo decine di persone. Washington non ha ancora reso pubblica alcuna prova che i suoi obiettivi stessero contrabbandando stupefacenti o rappresentassero una minaccia per gli Stati Uniti. Al crescendo di tensioni sono corrisposte dichiarazioni contrastanti da parte del presidente Usa, che interrogato sulla possibilità che gli Stati Uniti dichiarino guerra al Venezuela, ha risposto: “Ne dubito. Non credo”. Tuttavia, quando gli è stato chiesto se i giorni di Nicolàs Maduro come presidente del Venezuela fossero contati, ha risposto: “Direi di sì. Penso di sì, sì”. Maduro, che negli Stati Uniti è ricercato per contrabbando di droga, ha accusato la Casa Bianca di aver usato il traffico di droga come pretesto per “imporre un cambio di regime” a Caracas e impadronirsi del petrolio venezuelano.

La lotta alla droga è un pretesto?

Dal 2 settembre, gli Stati Uniti hanno effettuato almeno 16 attacchi extragiudiziali contro imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico, che, a loro dire, stavano tentando di trasportare droga in territorio statunitense. Almeno 64 persone sono state uccise in questi attacchi. Inizialmente, l’amministrazione Trump ha giustificato queste operazioni come parte di una strategia per combattere i cartelli della droga, con i quali la Casa Bianca ritiene di essere in un “conflitto armato”. Ma che qualcosa non torni, nella narrazione di ‘guerra al narcotraffico’ avanzata da Trump, è opinione di molti. “Trump parla di guerra ai trafficanti, ma è evidente che l’obiettivo vada oltre la lotta alla droga”, osserva la ricercatrice Elena Marisol Brandolini. “Il ‘corridoio caraibico’ nel mirino del presidente americano rappresenta appena l’8% del traffico di stupefacenti: oltre l’80% passa invece per le acque del Pacifico”. E se è vero che in Venezuela operano gruppi criminali legati al narcotraffico, la maggior parte delle droghe che arrivano negli Stati Uniti — compreso il fentanyl, oppioide sintetico 50 volte più potente dell’eroina — proviene dal Messico. Il Venezuela, ricordano gli esperti, non ne produce nemmeno un grammo

L’obiettivo è Maduro?

Alla luce di questi dati, è difficile credere che la “guerra alla droga” sia lo scopo principale di Washington. Tutto fa pensare a una campagna di pressione crescente volta a indebolire Maduro e a spingere le élite economiche e militari che ancora lo sostengono ad abbandonarlo. Le strategie possibili sono molteplici: isolare il presidente venezuelano con sanzioni mirate, eroderne il consenso interno attraverso promesse di esilio sicuro, o sostenere – più o meno apertamente – operazioni clandestine per eliminarlo. Più realisticamente, l’obiettivo immediato è rendere insostenibile la sua permanenza al potere, logorando il regime fino a provocarne il collasso dall’interno. Non a caso, Trump ha ordinato alla CIA di condurre operazioni coperte in territorio venezuelano contro i gruppi di narcotrafficanti, rendendo però pubblica la decisione: un segnale chiarissimo di pressione politica più che di contrasto al crimine. All’inizio di quest’anno, Trump ha dichiarato a Fox News che Maduro è un “dittatore orribile” e quando gli è stato chiesto se stesse chiedendo che il leader venezuelano se ne andasse, ha aggiunto: “Lavoreremo su questa politica”.

Trump guarda oltre Caracas?

Eppure, persino i più feroci critici di Maduro all’interno dell’amministrazione – come il segretario di Stato Marco Rubio – evitano di invocare apertamente un cambio di regime, consapevoli che ciò contraddirebbe la dottrina trumpiana del “no alle guerre senza fine”. Gli Stati Uniti, del resto, non riconoscono il leader venezuelano come presidente legittimo, dopo le controverse elezioni del 2024, giudicate “né libere né eque” dalla comunità internazionale. Sullo sfondo, il movimento pro-democrazia guidato da María Corina Machado preme per un intervento deciso, ma la stessa opposizione ammette che qualsiasi transizione imposta con la forza potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio dalle conseguenze imprevedibili. Messo alle strette, Maduro ha chiesto sostegno a Russia, Cina e Iran, ma da quei partner può attendersi poco più che dichiarazioni di condanna e risoluzioni simboliche. E se Trump non sembra intenzionato a un intervento militare diretto, che richiederebbe l’autorizzazione del Congresso, per Maduro l’alternativa si fa sempre più netta: cedere o affrontare lo scontro con Gli Stati Uniti. La pressione su Caracas è anche un modo per riaffermare la presenza americana nel “giardino di casa”, l’America Latina, e per lanciare un messaggio ai governi della regione: l’appoggio del tycoon conviene, in molti sensi

FONTE ISPI